Colorita.

25 luglio 2017

Flavia è una giovane volontaria che dopo diversi mesi di servizio in Italia, è partita qualche settimana prima del Vieni e Vedi per poi ricongiungersi al gruppo una volta arrivato in Uganda. Ecco allora il suo concentrato di emozioni. Tutto da leggere.

Colorita.

Se dovessi scegliere una parola per descrivere la mia prima boccata d’Africa, sarebbe questa. Piena di colori, terra rossa, cielo azzurro, anche il pavimento della sede ha quel colore. Fantasie arancio, gialle e verdi incastrate sui vestiti della gente, nera.

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Ti senti un po’ vuoto tu, bianco, pulito, noioso, quando atterri in questa terra piena.
Uno pensa di andare in Africa e portare qualcosa di fondamentale, come una sorta di regalo, un valore aggiunto. Che scemenza.

Fai dieci ore di volo, qualcuna di macchina e quando scendi l’unica cosa che puoi fare è startene zitto, diventare spugna per tutta la marea di vita che ti investe. Sei stordito, inevitabilmente. Mi sono presa tempo per capire, per cercare di dare un nome a questa sensazione, per cercare di mettere in fila le idee e tirarne fuori qualcosa di sensato. La verità è che probabilmente dovrò aspettare la fine di questo viaggio per fare un po’ d’ordine qui dentro.

In pochissimo tempo ho toccato mille mani, mille sguardi, mille odori, mille emozioni. Ho incontrato chi tutti i giorni vive Africa Mission, chi ha dedicato la sua vita al movimento, alla fede, al servizio per il prossimo. Ho avuto il privilegio di sedere difronte alle ragazze e ai missionari dei poveri e ho lasciato che mi commuovessero, ho pianto in camera, da sola, quando ne ho sentito il bisogno. Ho urlato, cantato e giocato con i bambini della Great Valley school e mi sono lasciata guidare nel loro mondo, ai piedi di una montagna di rifiuti, capanne e gente di strada e ho visto un angolino della loro quotidianità e mi ha commossa e spiazzata e riempita di amore poter essere lì con loro.

great valley school

Infine ho iniziato un percorso, al fianco dei ragazzi del Vieni e Vedi, e vi ho visto lo spirito, l’impegno e l’entusiasmo di chi dà tutto se stesso per qualcosa che ritiene importante, fronteggiando i propri limiti, le proprie debolezze e abbandonando le proprie convinzioni: non avrò dentro l’ordine che speravo, sì, serviranno tempo, energia e voglia di capire, ma non vedo l’ora di vivere tutto ciò che resta. ​

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I primi giorni a Kampala

23 luglio 2017

Ciao a tutti!

Come dite? Non avete più avuto notizie di quei pazzi partiti per l’Uganda? Non sapete neppure se sono arrivati tutti vivi? Allora ve lo dirò io…

Scherzi a parte…

Siamo arrivati sani e salvi, il viaggio è stato lungo e sfiancante ma a parte un po’ di mal di schiena è andato bene; siamo arrivati dai nostri amici di Kampala a notte inoltrata quindi venerdì è stato dedicato a riprenderci e ricaricarci per il vero inizio dell’avventura con un breve giretto nella città e un po’ di relax.

La sera ci siamo fatti seri e ci hanno introdotto e preparato (quel po’ che è possibile) all’attività di sabato: servizio dai MOP (Missionary Of the Poor)

Non è facile parlare dell’esperienza di sabato mattina, non conosco una parola che possa descrivere anche lontanamente l’impatto che ha avuto quella realtà ma ci provo (e vi chiedo preventivamente scusa nel caso dovessi fallire). Ce ne avevano già parlato, sia a Piacenza che qui a Kampala, ma non era riusciti a rendere le opposte sensazioni di un pugno allo stomaco ed una carezza. I MOP sono frati che hanno scelto di donare la loro vita al povero, nello specifico nella  “casa del buon pastore” di Kiseny vivono bambine, ragazze e donne che altrimenti avrebbero affrontato una vita in strada perché orfane o a cause di disabilità mentali o fisiche.

Il pugno allo stomaco di cui parlavo prima è dovuto sia all’impatto visivo che alle effettive condizioni cui sono relegate dalla malattia alcune ragazze che, in parte, alle “attività” in cui siamo stati coinvolti; ma ho accennato anche alle carezze, queste sono le storie dei missionari e dei laici che li aiutano, i loro gesti e soprattutto la semplicità e serenità con cui si donano. Siamo stati portati la (un grande grazie a tutti quelli che ce lo hanno permesso) per provare anche noi a metterci al servizio, nel nostro piccolo, come fanno loro; ci siamo affiancati ai missionari nelle semplici, e non , azioni che compiono tutti i giorni per le ragazze che stanno li, dal lavare i panni e la struttura al prendersi cura delle donne e bambine fino ad aiutare a mangiare, imboccandole, le persone che non riuscivano a mangiare da sole.

È stato difficile. Anche se farlo insieme con i miei compagni di viaggio lo ha reso un po’ meno difficile. È stato semplice. Grazie ai missionarie alla velocità con cui soprattutto le bambine e ragazze si sono aperte verso di noi e, sembra strano scriverlo, ci hanno accolto.

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Questa esperienza ha occupato la nostra mattinata, mentre dopo essere tornati a casa ed aver pranzato, siamo andati a vedere il mercato del pesce di Kampala, in cui dalla pesca alla affumicatura degli “scarti”, come li definiremmo noi, si compie tutta la lavorazione e la vendita del pesce, affiancata dalla vendita di altri prodotti e dalla preparazione di ciò che serve per lavorare, per esempio la costruzione dal legno delle barche.

Anche questa visita è stata particolare oltre, che per il luogo – il lago Vittoria è molto bello – e le condizioni e gli odori, per l’effetto che noi musunghi (persone bianche) facciamo sulle persone che ci incontrano. Siamo una calamita per i bimbi ma gli adulti non sempre ci accolgono allo stesso modo; si passa dalla apertura di alcuni al “perché siete qui?” di altri, per fortuna pochi.

Veniamo a domenica, ovvero oggi. È una giornata a prima vista quasi vuota ma che in realtà è stata molto utile nella sua tranquillità per farci amalgamare come gruppo e per averci fatto vivere una bella giornata insieme. Al mattino messa nella comunità italiana di Kampala che ci ha accolto e incoraggiato per i giorni a venire. Mentre al pomeriggio siamo andati allo zoo che (anche se non ha riscosso grande successo tra noi) ci ha mostrato tanti animali mai visti prima, dandoci anche qualche spunto di riflessione.

Un’altra cosa importante sono gli incontri “serali” che facciamo tra di noi guidati da Giorgio e Cristina per tirare le somme della giornata e condividere ciò che abbiamo vissuto, sembra banale ma vi assicuro che è fondamentale.

Raffaello – Piacenza

Lo zaino di Cecilia

Questo è l’estratto dell’articolo.

12 luglio 2017

Mancano pochi giorni alla partenza per l’Uganda, quest’anno sarà il mio terzo viaggio in terra ugandese, ma il groviglio di emozioni si fa sentire anche questa volta.

Emozioni con tante sfumature, che non sono possibili da decifrare, ma questa volta c’è qualcosa di nuovo nella mia partenza, non sono più una studentessa o meglio lo sono in parte, ma ho un lavoro.

Il mio primo lavoro, particolare, difficile, faticoso, ma meraviglioso. Grazie al mio lavoro ogni giorno vivo, condivido, discuto, imparo, insegno, collaboro con ragazzi provenienti dal continente africano; ogni giorno le loro storie intrecciano la mia, ogni giorno hanno qualcosa di nuovo da insegnarmi, ogni giorno hanno qualcosa per la quale mi arrabbio, ma poi tutto si scioglie con una delle loro frasi “Capo non ti arrabbiare!”.

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Mentre sono qui a cercare di decifrare le mie emozioni penso a tutti loro, a quanto vorrebbero tornare nel loro paese ed invece non possono, bloccati dalla povertà, dalla guerra, da una burocrazia così intricata che anche io talvolta fatico a decifrare.

L’Africa è un continente enorme, tutti loro così diversi, eppure ci tengono sempre a dire “sono africano” e quindi in questo viaggio penso a tutti voi. Io posso prendere un comodo aereo, mettermi comoda, con la mia valigia dove posso mettere le mie cose più importanti e invece voi avete dovuto attraversare il deserto, il mare e ora le tante frontiere interne quotidiane…e allora c’è un emozione che si distingue tra tutti: la libertà.

In questi giorni apprezzo la libertà che ho di potermi muovere, di poter viaggiare, di poter andare e tornare in ogni caso e vorrei farvi vivere questa libertà, vorrei darvela con tutto il cuore. So che non sarà facile averla, ma voi ogni giorno non avete paura della libertà e avete un immenso coraggio, coraggio di vivere.

Quel coraggio che a me spesso manca, ma che voi riuscite a ridarmi. Quel coraggio che ogni volta ritrovo prima della partenza per l’Uganda.

Un mio grande amico ivoriano mi ha detto: “Rilassati, preparati per il viaggio, cerca la serenità del tuo cuore e cerca di conoscere tutto il mondo come piace tanto a te. Io ti aspetto a casa”.

La casa. La casa ormai sono le mie due gambe che si muovono tra le vie del mondo, ogni giorno con persone che vengono da ogni angolo della terra. Queste vie cosi piene di gente non fanno altro che arricchire la mia vita, e quella del mondo, perché finalmente abbiamo nuovi orizzonti, nuovi punti di vista, nuovi sguardi.

In questo viaggio porto tutti voi, viaggerò anche per voi. Al ritorno vi porterò un po’ di casa vostra, questa è una promessa.

Cecilia – Fabriano