Ogni piccolo tassello.

16 ottobre 2017

A distanza di mesi, il cuore e la mente non smettono di lavorare, di ricordare e di emozionare. Arriva così il pensiero di Valentina che da Piacenza rivive la “sua” Africa.

“A Moroto ho conosciuto una bambina il cui volto non scorderò per tutta la vita. Secondo me era malata, non mangiava da tanto e per un’intera settimana ha indossato gli stessi abiti. Aveva due occhioni che brillavano e un sorriso che mi ha illuminato. Era dolce e voleva giocare. E’ stato abbastanza difficile rapportarsi con lei all’inizio. Piano piano abbiamo iniziato a fidarci l’una dell’altra. Ho scoperto poi che i suoi genitori erano morti e che praticamente viveva da sola.  Ogni giorno la penso e spero che lei possa stare bene e con persone che la amano. Di bambini nella sua stessa situazione ce ne sono tanti. Questo non mi sta bene. Mi fa indignare. Vorrei che lei potesse andare a scuola, vorrei che lei potesse avere una seconda possibilità dalla vita. Io sono qua adesso, in un continente diverso dal suo. Non posso fare tanto, ma qualcosa sicuramente sì.  Parlare serve a ben poco. Bisogna provare a costruire. Chiudersi nei propri progetti per paura di compromettersi è controproducente. Rassegnarsi lo è ancora di più. Questo me lo hanno insegnato le persone che ho incontrato durante il viaggio. I collaboratori di Africa Mission, coloro che dedicano la loro intera vita a qualcosa in cui credono, le suore e i missionari  che giorno per giorno con piccoli gesti cambiano le vita delle persone. Le mamme che crescono con gioia, pur nella difficoltà quotidiana, i loro figli.  Il luccichio negli occhi delle persone che ci presentavano i progetti era commovente. Mostrandoci un cantiere con il nulla intorno ci hanno spiegato che quello sarebbe diventato una scuola entro alcuni mesi. Nonostante tutti i problemi nel mandare avanti il progetto, a Giorgio luccicavano gli occhi perché crede in ciò che fanno. In ogni epoca dell’umanità la gente si è schierata: da una parte o dall’altra della storia. E coloro che hanno preferito non schierarsi, restando spettatori passivi o volgendo lo sguardo altrove anche solo per banale disinteresse, hanno di fatto assecondato i più forti e prepotenti. I pochi che hanno avuto la forza e la lucidità di andare controcorrente lo hanno fatto senza sapere come sarebbe andata a finire. Non hanno fatto calcoli di convenienza.

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Si sono mobilitati perché sentivano che era giusto e  doveroso farlo. Ho capito allora quanto potenziale ci sia in ognuno di noi. Ho capito che per poter fare grandi cose bisogna partire da quelle piccole che sembrano non avere alcun fine o significato. Non bisogna perdersi d’animo. Se si vuole veramente cambiare qualcosa, con la volontà si può iniziare a farlo. Anche se mancano i mezzi, quelli non sono  sempre la cosa più importante. Solamente grazie alla collaborazione tra le persone è possibile raggiungere certi obiettivi. Ho capito l’importanza di ogni piccolo tassello e gesto. In quelle persone ho visto l’amore, quello puro e disinteressato. Mi hanno insegnato la pazienza, la gioia delle piccole cose, quelle vere. Mi hanno insegnato la determinazione. Mi hanno insegnato cosa significhi scegliere l’amore giorno per giorno. Mi hanno insegnato ad avere sogni. A lottare in ciò in cui credo, assumendo anche posizioni scomode o poco convenienti se necessario. Mi hanno insegnato il sacrificio ma anche la voglia di fare e costruire. Mi hanno insegnato a mettermi continuamente in discussione. Mi hanno insegnato cosa voglia dire avere degli obiettivi. Mi hanno insegnato ad amare in un modo sincero e incondizionato”.

 

 

Valentina – Piacenza

 

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Un’esperienza “Bellissima”…ma cosa vuol dire?

24.09.2017

Sono tornata dall’Africa da ormai più di un mese, l’esperienza é per me ancora un ricordo così fresco e così intenso, eppure quando amici e conoscenti mi incontrano per strada e mi chiedono “allora come è stata questa esperienza? Come è e andata?” io ancora non riesco a trovare le parole giuste per esprimerla:  spiaccico un sorriso, mi brillano gli occhi, ma quel che riesco a dire è solo “Bellissima, é andata davvero bene, sono felice.” E subito dopo mi rendo conto della banalità di queste affermazioni.

Forse perché l’Africa non può essere ridotta a poche parole, forse perché è così difficile raccontare i sentimenti che ho provato, dargli un nome, cercare di trasmetterli senza snaturarli e cercando di dar loro il giusto peso. Forse scriverli e poterli rileggere mi aiuterà e mi permetterà di far comprendere  almeno un po’ il significato di questo “bellissima”. Sí perché forse descrivere l’Africa con questo aggettivo può sembrare paradossale. Cosa c’è di bello nella povertà delle baraccopoli di Kampala e dei villaggi karimojon dove manca tutto, l’acqua e il cibo in primis, cosa si può trovare di bello in una bambina che piange perché malata di HIV e rimasta sola, dov’è la bellezza di un orfanotrofio dove bambini anche davvero piccoli vivono in un ambiente tutt’altro che idilliaco o adatto a dei bimbi della loro età , cosa c’è di bello nelle urla dei ragazzini in carrozzina che in questi lamenti hanno il loro unico modo di esprimersi? Beh all’apparenza proprio niente. Prendetemi pure per pazza, ma è proprio in questi posti che ho imparato il vero significato di bellezza.

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Bellezza l’ho trovata  nell’empatia e nell’amore dei volontari a lavoro con le famiglie malate di HIV nei villaggi del Karamoja. L’ho vista nel sorriso contagioso delle Charity sister che si occupano ogni giorno dei bambini orfani con i loro mille problemi e difficoltà ma con una fede che sa sempre superarli tutti! Bellezza é quella che trasmettono gli occhi di Bosco, preside della Great Valley mentre fiero ci raccontava di esser riuscito ad espandere la sua scuola che ora accoglie  più di 700 bambini tra i più poveri, dando loro la possibilità di studiare e di sognare un futuro migliore. Per non parlare dei MOP (missionar of poverty), frati e suore che raccolgono dalla strada tutti quei bambini e ragazzi che, poiché disabili, probabilmente non avrebbero avuto molte possibilità, e, nonostante sia difficile, se ne prendono cura con dedizione e grandissimo amore. Eccola la bellezza! Ecco le immagini che  l’Africa bellissima. I colori di questa terra così come l’allegria delle sue danze, la forza della fede delle persone che ci vivono , la loro grinta e perseveranza sono state per tante piccole e quotidiane dimostrazioni di questa bellezza.

Insomma, ciò che questa esperienza con Africa Mission mi ha insegnato è cambiare il mio sguardo sulle cose perché “non si vede bene che con il cuore, l’essenziale é invisibile agli occhi”. La bellezza a cui mi riferisco infatti non è altro che la manifestazione dell’amore, un amore intenso che questa terra rossa lascia dentro e che è indelebile.  Quel che resta allora una volta tornata a casa è provare a raccontarlo sperando che questo  possa diventare contagioso.

Sara – Mede

Incontro con te stesso

30 agosto 2017
“Ragazzi domani andiamo dai Mop”
Perfetto, so che ci sono bambini con delle difficoltà, so che ci sono gli ultimi tra gli ultimi, so che le condizioni economiche sono quelle che sono. Perfetto, sono pronta, andiamo dai mop.
E invece no, non si può essere preparati alle grida dei bambini, anche se è il loro modo di comunicare; non si può essere pronti alla vista di così tanti bambini con gravi disabilità tenuti in condizioni non proprio adatte alla loro situazione, anche se è sicuramente meglio di una strada.
Bene, ora sei qui, non puoi tirarti indietro, almeno renditi utile. Buttati sulla fisioterapia, è quello che avresti voluto fare nella vita.
La fisioterapista mi porta da una bambina, seduta un po’ in disparate rispetto agli altri bambini. La bambina non si muove, non cambia espressione, la sua testa è tenuta su da una coperta che le hanno messo sotto il collo.
Io mi siedo di fronte a lei, comincio a muoverle le dita delle mani, le articolazioni del polso, del gomito, a volte anche forzando un po’, e ogni tanto la guardo negli occhi per capire se prova dolore, ma la sua espressione rimane sempre la stessa. A quel punto mi si stringe il cuore, mi dico che è assurda una cosa del genere, che quello che sto facendo è inutile, che nessun bambino meriterebbe di stare in quelle condizioni, che io non le sono d’aiuto. Mi lascio andare, cominciano a scendere le lacrime, “tanto lei non mi vede”.
In quel momento di debolezza, passa Mimmo dietro di noi.
Lui forse nota in Maria (è questo il nome della bambina) qualcosa che io non vedo, essendo troppo impegnata a capire se soffrisse o meno. Forse nota anche le mie lacrime. Con la saggezza di chi ha vissuto la stessa situazione, mi dice che questi bambini sono tanto bisognosi d’affetto, e quando ci siamo noi ad occuparci di loro, per loro è come essere in paradiso. Il volto immobile di Maria si contrae in un sorriso non appena Mimmo finisce di pronunciare la parola “Paradiso”. E grazie anche al supporto morale di Giuliana, mi dedico a Maria con un cuore nuovo, tenendo stampato nella mente il suo sorriso involontario ma stupendo e perfetto in quel momento.
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Per questo la mia Africa si chiama Maria. È grazie a lei che ho capito che l’Africa ti manda tanti messaggi, può farti sentire inutile e inadatta, piccola tra tanta sofferenza. Ma sta a noi capire l’importanza delle azioni che facciamo ogni giorno, non sottovalutare nemmeno il più semplice tra i gesti che compiamo nella giornata perché quel gesto che a noi può sembrare semplice per un’altra persona può significare miglioramento o peggioramento.
Quel giorno sono stata utile per Maria anche se all’inizio mi sono sentita “da buttare”, anche se sicuramente non le ho salvato la vita. Le sono stata d’aiuto anche quando doveva essere imboccata e lo stava facendo una ragazza più grande nonostante la disabilità che le impediva i movimenti.
Bisogna trovare un appiglio, una motivazione abbastanza forte da farti andare avanti.
La mia forza è stato il sorriso di Maria.
Elia – Benevento

Africa – Terra Rossa

16 agosto 2017

Quanto decidi di fare un viaggio in Africa ti ritrovi ad ascoltare i consigli di tutti: “Devi essere pronta, forte…l’Africa non è semplice” e allora il giorno prima della parte ti dici: “Si sono pronta, sono forte!”
…Poi arrivi qui e ti accorgi che non è vero niente… non si è mai abbastanza pronti per questa esperienza…
Questa è la mia prima volta in terra rossa… Si TERRA ROSSA… perché è la prima cosa che mi è venuta in mente quando sono arrivata qui ed è difficile riuscire a descrivere le emozioni che si provano quando ti confronti con un mondo così diverso dal nostro!

La prima cosa che mi ha colpito sono stati gli sguardi dei bambini e i loro sorrisi che ti donano in modo completamente gratuito, ti chiedono affetto…solo quello… niente di più, ma poi ti assale la rabbia nel vedere un bambino mal nutrito o sporco da far paura e ti senti impotente e inutile, e contemporaneamente ripensi anche alla gioia della messa domenicale piena di canti e balli e ti accorgi che nel nostro mondo non c’è così tanta felicità o fratellanza. Un gioco non è solo di un bambino ma di tutti e per renderli felici basta anche solo un pantaloncino, una maglietta e un paio di calzettoni! Questo modo di vivere così semplice e povero non credo esista più, se non qui, e se non si vede non si crede. 20934977_877870975727335_5587370286373726134_o
Queste persone hanno dei doni grandissimi come l’innocenza, la spontaneità, la fede infinita che noi che ci consideriamo persone “normali” non abbiamo. Noi “normali” quante volte ci tratteniamo dal dimostrare affetto ai nostri cari? Quante volte non ci accontentiamo di quello che abbiamo e pretendiamo sempre altro? Quante volte siamo cattivi senza motivo? La risposta è sempre la stessa per tutte le domande: SEMPRE.

Giuliana, la nostra accompagnatrice qualche giorno fa mi ha chiesto cosa dirò quando tornerò. Beh, non lo so ancora ma l’unica cosa certa è che seguirò il consiglio di un insegnante della Great Valley School che oggi, mentre mi raccontava la storia di una bambina che non sorrideva mai, ha concluso dicendomi: DO NOT FORGET ABOUT THEM.
No, non mi dimenticherò mai di loro…credo sia impossibile perché queste persone mi hanno pulito il cuore, hanno saputo abbattere barriere e farmi superare dei limiti senza che io chiedessi nulla… in modo naturale.
E non finirò mai di ringraziare questa terra speciale.
Al mio ritorno cercherò di mettere in pratica tutto ciò che mi ha insegnato. Vi farò sapere se ci riuscirò.

 

Ps: questa è solo una parte della mia esperienza, il resto lo scriverò in Italia… voglio condividere ogni cosa perché l’Africa mi ha insegnato anche che CONDIVIDERE CON AMORE ti rende una persona felice!

Gilda – Bucciano

Contatto o movimento? Contatto e movimento.

10 agosto 2017

Sono tornati da pochi giorni i giovani del primo gruppo (Piacenza e Fabriano). Adesso è la volta di Mede e Bucciano, in Uganda da dieci giorni. Si sa, per ognuno l’incontro con la terra africana è diverso, ecco allora le parole di Luca, le sue riflessioni e la sua bella e sana confusione. Buona lettura!

 

È ancora tutto un po’ confuso e disordinato nella mia testa. Chi mi sente da casa per telefono può percepire il mio stato d’animo come semplice tristezza, ma non lo è. Forse è solo rassegnazione al fatto di sapere che non sono in grado di spiegare ciò che sto vivendo (e chissà per quanto tempo sarà ancora così, anche una volta tornato a casa). Ma state tranquilli: sono felice, davvero.

Come ho appena scritto, è ancora tutto confuso e disordinato; allora meglio scrivere, sicuramente mi aiuterà.

La prima cosa che mi ha scombussolato una volta arrivato qui è stato il diverso modo di vivere il tempo e lo spazio. Se dovessi raccontarli in una sola parola direi che il tempo qui è pazienza e che lo spazio è aperto.

Pazienza di chi è nato e vive qui, di chi ha bisogno, di chi è arrivato e cerca di portare avanti un progetto. Pazienza di chi sta vedendo uno sviluppo, di chi si fa aiutare, di chi porta avanti un progetto in mezzo a mille difficoltà. Spazio aperto della savana, delle porte aperte dei villaggi e delle case, della gente, anche lei aperta. Di chi si apre uno spiraglio per passare o di chi si apre letteralmente a te.

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E se ci penso bene c’è una frase che riassume un po’ tutto questo: ce la disse Daniele, il nostro accompagnatore, la prima mattina a Kampala, cercando di spiegare il traffico umano della città, dove il marciapiedi si confonde con la strada, dove i semafori e le precedenze sono filosofie, dove può capitare che sia più il tempo in cui si sta in coda di quello in cui ci si muove. La frase è “Il contatto fa parte del movimento” ed era in mezzo ad un discorso molto pratico: serviva a spiegarci di non preoccuparci se la gente ci sarebbe venuta addosso, si tratta di una situazione normale in cui non è nemmeno necessario chiedere scusa. Ma questa frase mi ha fatto riflettere: non è che anche a casa, nella vita di tutti i giorni, il contatto fa parte del movimento? Sono arrivato a rispondermi di sì, che è proprio così e che tante, troppe volte, vado semplicemente a sbattere senza preoccuparmi di ciò che sto incontrando, senza tenere conto del contatto.

Probabilmente qui è più semplice, sono qui per guardare, conoscere, imparare: chissà però che insieme a volti ed esperienze io non porti anche a casa un diverso modo di vivere.

Siamo qui da dieci giorni e sono riuscito ad elaborare solo questo: ogni ora ci sono tanti stimoli di riflessione, ogni giorno ci sono così tanti incontri che è difficile scegliere qualcosa di cui parlare senza ridursi a fare un elenco. E ciò che sto vivendo non è un elenco. Non è un semplice spazio nella mia vita. Per questo lo terrò ancora un po’ confuso, perciò ne parlerò con calma una volta arrivato a casa; mi prenderò del tempo e proverò a trovare un contatto. Perché ci sia movimento e non solo un portare avanti la vita.

Ora ho fatto più confusione di prima. Ci sarà tempo di darle un ordine; il senso ce l’ha già.

Luca – Mede

Alakara nooi

5 agosto 2017

La prima volta che ho sentito parlare di Africa ero piccolina, avrò avuto poco più di dieci anni quando, non ricordo precisamente in quale occasione, una persona per me molto speciale raccontò il suo viaggio in Uganda. Ricordo di esserne rimasta subito affascinata, attratta, incuriosita. La mia avventura ad Africa Mission è iniziata invece circa tre anni fa, complice un professore di storia dell’arte, l’unico che sia riuscito, durante il mio percorso scolastico, ad insegnarmi davvero qualcosa. I primi passi mossi nella Sede di Piacenza non sono mai stati quelli di una persona disorientata perché immediatamente mi sono sentita accolta come in una piccola famiglia. I primi passi mossi in Uganda hanno avuto lo stesso sapore.

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Se mi chiedessero di descrivere queste settimane in poche parole sarebbe difficile; le esperienze da raccontare sono troppe, le emozioni vissute anche. Ogni giorno è stato diverso, unico, ricco e intenso. Abbiamo incontrato tantissime diverse persone, incontrato le loro storie e i loro sguardi; abbiamo incontrato le loro mani, la loro voce. Per strada ci siamo sentiti spesso chiamare “muzungu”, termine con cui designano l’uomo bianco; abbiamo appurato che i bambini hanno una particolare attrazione nei nostri confronti, ci guardano come se fossimo delle creature strane e rare ma basta dimostrare fiducia e subito ti prendono la mano dando inizio ad una serie di strane dinamiche e a giochi che potrebbero durare anni. In questi giorni alcune occasioni ci sono state utili per comprendere cosa significhi essere stranieri, diversi, inaccettati. Al contempo, la maggior parte delle volte abbiamo conosciuto la gioia di sentirsi i benvenuti, sentirsi accolti, accompagnati.

Abbiamo conosciuto la fede attraverso i balli e i canti dei ragazzi della parrocchia di Moroto, attraverso le testimonianze e il lavoro dei Missionari del Povero a Kampala o delle suore che a Moroto si occupano di bambini orfani. Abbiamo ascoltato la storia di Bosco, quella della sua infanzia difficile e della sua forza nel prendere in mano la propria vita; oggi è preside di una scuola che accoglie circa settecento alunni in uno dei tanti slum di Kampala. Ci siamo lasciati affascinare dalla confusione della capitale, dall’imponente grandezza del Nilo e dalla vastità della Savana. Il nostro naso ha captato mille odori diversi, la nostra lingua assaporato tanti nuovi cibi, i nostri occhi non hanno mai smesso di osservare, le nostre orecchie e il nostro cuore di ascoltare. Ci siamo sentiti ringraziare tante volte, ma mi sono resa conto che l’unico grazie va a voi, grandi, piccoli, anziani.

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Grazie lo dico a voi perché mi avete accolta, perché con i vostri sorrisi mi avete sempre fatto sentire a casa. Perché insieme siamo riusciti a rendere le differenze, non un ostacolo, ma un filo conduttore invisibile che mi legherà a voi per sempre. Grazie perché mi avete insegnato a vedere la bellezza nelle piccole cose, mi avete insegnato a parlare con uno sguardo e a osservare ciò che mi circonda con gli occhi del cuore. Mi avete insegnato a stupirmi, ad entusiasmarmi e a gioire. Grazie perché siete riusciti ad abbattere le mie barriere e a farmi capire che è normale avere dei limiti ma con impegno e volontà si può provare a superarli. Grazie soprattutto perché mi avete aiutato a capire cosa significa amare.

Ho ritrovato amore in un abbraccio, quello con Lydia, che prima di salutarmi mi ha detto “life is hard Sabrina, but is beautiful”. L’ho ritrovato guardando una mamma accudire il proprio figlio oppure accarezzando un bambino e stringendo la sua piccola manina. Nei più piccoli e concreti gesti. L’amore l’ho ritrovato l’altro giorno a Kobulin, quando i parenti dei ragazzi hanno aspettato sotto la pioggia e a tratti sotto il sole cocente, seduti sotto un albero, la consegna dei diplomi dei propri cari. L’ho ritrovato lo stesso giorno nelle persone che durante la sfilata nella cittadina esultavano insieme a quei ragazzi come se fossero i loro figli, i loro fratelli o le loro sorelle. L’amore quello più puro e sincero, quello semplice.

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Grazie di nuovo perché mi avete insegnato cosa significa non perdere mai la speranza, nonostante le difficoltà e gli ostacoli apparentemente insormontabili. Grazie perché mi avete insegnato. Porterò con me ognuno di voi. Alakara nooi, thank you, grazie.

Sabrina – Piacenza

Un pretesto per tornare

1 agosto 2017

Studiando per diventare maestra (materna ed elementari) questi giorni durante gli spostamenti nel matatu (piccolo pulmino locale) ero molto attenta a cercare le scuole, curiosa di vedere come fossero dentro e più in generale come funzionassero. Finalmente alla “Great Valley School” ho avuto l’opportunità di vedere e conoscere: sono state due mattinate meravigliose, mi hanno confermato che quello che voglio fare da grande è stare in mezzo ai bambini.

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Venivamo da un giorno un po’ difficile e solo vedere quel mondo pieno di colori mi ha rimesso il sorriso. La bellissima storia di Bosco, il fondatore della scuola, che abbiamo ascoltato prima di fare il giro dell’edificio, mi ha ancora di più spinto a credere che noi siamo gli artefici dei nostri destini e che anche i sogni che a volte ci sembrano delle utopie possono diventare realtà se ci rimbocchiamo le maniche e riceviamo la giusta dose di fortuna o Provvidenza (punti di vista).

Una scena che non mi dimenticherò più è quando abbiamo oltrepassato il cancello: uno sciame di bimbi dalla divisa arancione con un sorriso a 36 denti ci è corso incontro curiosissimo di conoscere noi muzungu. L’accoglienza nelle classi è stata spettacolare: urla, applausi, canzoncine; probabilmente non mi sono mai sentita così attesa e apprezzata. È stato bellissimo condividere dei momenti di gioco in cui si annullavano completamente tutte le barriere, in particolare la nostra etichetta da “turisti”, infatti eravamo tutti allo stesso livello lì per divertirci e stare insieme.

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Ci sono due momenti in particolare che ho impressi negli occhi. Il primo è lo spettacolo finale in cui alcuni ragazzi della scuola hanno ballato per noi: oltre al fatto che erano bravissimi, ad un certo punto ci hanno chiamato per ballare con loro e ci hanno seguito anche tutti gli altri ragazzi della scuola e sul cemento del cortile non c’era più neanche uno spazietto libero. Il secondo è quando ho dovuto salutare un bambino di nome John con cui ho instaurato subito un legame: il primo giorno infatti, nonostante fosse molto timido e quindi non abbiamo parlato molto, mentre camminavamo per lo slum mi ha tenuta sempre per mano senza lasciarmi mai, il suo sostegno silenzioso per me è stato fondamentale. Anche il secondo giorno mi è stato sempre accanto e quando eravamo lontani con lo sguardo era sempre su me. Proprio quello sguardo (accompagnato da un’espressione molto più triste) che ha assunto quando ci siamo dovuti salutare non riesco a cancellare dalla mente.

Tutta la malinconica è andata via quando ho capito che non riuscivo ad accettare il fatto che non lo potessi più rivedere, decidendo che questo sarebbe stato il primo di una lista di pretesti per tornare.

Chiara – Fabriano